
un augurio speciale



Recentemente sui social mi sono imbattuto con una certa frequenza in storie o reels dove con una mal celata nostalgia si evidenziava come le generazioni nate dal ’77 a metà anni ’80 siano state le ultime ‘benedette’ dal poter essere cresciute senza tecnologia e poi aver goduto del loro avvento.

La prima osservazione che posso fare, allora, sarebbe perché le generazioni nate dal 1968 al 1976 siano escluse.
La seconda è che le nuove generazioni sono vittime – se così vogliamo dire – di noi genitori. Presi da mille impegni extra (che i nostri genitori non avevano), molto spesso ci rifugiamo nella comodità del pozzo attentivo di un dispositivo tecnologico senza lasciare altre strade o opzioni ai nostri ragazzi. Io per primo sono colpevole di questo quando mi ritrovo a dover gestire per 3 ore al pomeriggio mio figlio dall’uscita da scuola all’arrivo della baby-sitter e, subito dopo il pasto, per poter lavorare in sincrono con i miei colleghi in ufficio lo lascio giocare con l’iPad o la sua Nintendo.
Mi rendo però conto che tutto questo danneggia la sua attenzione e interesse, per cui cerco poi di stimolarlo quanto più possibile con attività ludiche e non fuori casa, attraverso lo sport o l’interazione con i coetanei. Ed in questi contesti ho visto che i bambini sono sempre bambini. Gli basta lo spazio aperto, un sasso, un gradino, qualcosa che non sia piatto e scontato per destare il loro interesse ed attivare la loro necessità di movimento e voglia di stare assieme, dimenticando ogni tipo di schermo.
Sta a noi genitori mediare tra il buco nero attentivo dei moderni device [*] ed il mondo reale. Creare occasioni in cui far loro sporcare le mani, sentire le cose, assaggiare sapori, correre dei rischi ragionevoli.
[*] Che poi, oggi, non è neanche sono i videogiochi in sè – come si diceva ai miei tempi – a inghiottire i ragazzi, quando la sterminata disponibilità di giochi e – peggio – video su YouTube che sono il prodromo a quello che li aspetta sui social.
Nella blogosfera indipendente si sta propagando questa simpatica ‘challenge’ dove ciascuno racconta ai lettori dieci piccole ed inutili curiosità sulla propria vita. Visto che è in un certo modo divertente, ecco la mia lista.
Era una pratica che seguivo in passato. Recentemente, su consiglio dell’igienista dentale, sono passato all’uso dello scovolino interdentale. Sempre in tema dentale, l’idropulsore faceva parte della mia igiene orale, ma anche quello non lo uso da un po’.
Non mi è mai piaciuto il tè, anche se sia mia madre che mia moglie sono bevitrici di tè. Anni fa, soprattutto durante i miei giorni universitari e all’inizio della mia carriera, bevevo molto caffè, anche fino a 7/8 caffè al giorno (il mio record è 11). Recentemente, a causa dei miei problemi cardiaci, il mio consumo di caffè è diminuito significativamente, limitandomi a 2 caffè espresso al bar al giorno e mezza tazza di caffè con latte al mattino per colazione.
Anche per ragioni mediche, dovrei bere molta acqua, ma con i primi freschi giorni autunnali, il mio consumo di acqua è diminuito significativamente. Generalmente preferisco acqua frizzante e fredda.
Sneakers, essenzialmente sneakers. Ho anche scritto un post su di esse di recente. Ma ho sempre un paio di stivali invernali nell’armadio per quando il tempo diventa davvero brutto.
Qualsiasi cosa contenga cioccolato. Non ho altre preferenze particolari oltre a quella.
Una carezza al mio gatto più giovane, che puntualmente viene a svegliarmi ogni mattina tra le 5:50 e le 6:10. Poi una carezza al mio gatto più anziano, che invece preferisce strusciarsi contro le mie gambe una volta che mi siedo sul letto. Poi andiamo in cucina, dove iniziano i miagolii, richiedendo (pretendendo?) la loro dose mattutina di croccantini. Dopo questo, posso finalmente andare in bagno, prendere le mie medicine e iniziare a preparare la colazione per mia moglie e mio figlio.
Avendo compiuto da poco 51 anni, mi trovo spesso a pormi questa domanda. Soprattutto quando parlo con le mie nipoti ormai ventenni… Se devo fare una scelta, ora la mia preferenza sarebbe avere qualcosa tra i miei 35 e 42 anni.
Quattro. Un berretto di lana e tre cappellini da baseball. Questi tre si riferiscono ciascuno alla mia ‘appartenenza’ a un gruppo motociclistico.
L’ultima foto che ho scattato era della mia dose serale di medicine, a complemento della mia dose mattutina. Ho scattato le due foto come parte di una discussione sulla salute con un amico.
La TV spazzatura è ovunque. I peggiori programmi sono quelli in cui mi imbatto la sera sul divano mentre faccio zapping, quelli che spettegolano o si addentrano morbosamente nelle notizie di cronaca nera, o peggio ancora, diffondono disinformazione, facendo leva sulle paure e l’esasperazione delle persone piuttosto che informarle obiettivamente sulla realtà delle cose.
Da bambino sognavo di viaggiare nello spazio. Guidare astronavi e muovermi tra i pianeti. Crescendo, il mondo della meccanica e degli sport motoristici mi ha sempre affascinato. Ho scelto ingegneria meccanica all’università per questo motivo. A venticinque anni, ho avuto il mio primo computer a casa, e da allora la mia vita è cambiata.
Recentemente mi è capitato sotto gli occhi questa immagine e sono subito stato risucchiato dai ricordi, un po’ come Harry Potter che si immerge nei ricordi di Silente…
Correva il 1997 e verso le ventuno e spicci salivo a bordo del treno inter-regionale che mi avrebbe portato a Bologna, per poi prendere la coincidenza per Arezzo dove avrei passato le successive tre settimane lontano da casa all’interno del locale CAR.

Ricordo chiaramente il treno stracolmo di ragazzi, come me, con il cuore triste e le spalle piegate dal peso degli zaini che ci portavamo su. Il treno era talmente affollato che nello spessore dello spazio occupato dai sediolini aperti, come in foto, c’erano zaini e valigie con noi stesi o stravaccati alla meglio per recuperare qualche ora di sonno.
Sempre qui vagoni, e quei sedili, mi avrebbero accompagnato nella gran parte dei viaggi verso casa e di rientro in caserma. Sempre sporchi, sovraffollati, pieni di varia umanità e delle sue emozioni.
❝ La finanza è quella cosa per cui se io presto 1.000 euro a te e tu li prendi e li presti a me, abbiamo guadagnato entrambi 1.000 euro.
Io invece, tapino!, sono rimasto al buon vecchio primo principio della termodinamica.
Bella spiegazione di Sabino su quanto sta avvenendo oggi nel mondo della finanza e delle aziende tecnologiche che stanno spingendo a tavoletta sulle così-dette intelligenze artificiali.

una splendida illustrazione di @comaempirico su Instagram.
DevianArt – ne hai mai sentito parlare in tempi recenti? – mi ricorda che è appena concluso è il diciassettesimo compleanno della mia iscrizione sul loro servizio, nata quando gli artisti (digitali e non) avevano ben pochi spazi dove esprimersi e pubblicare in maniera organica i loro lavoro su un portfolio on-line.

L’altro ieri, facendo pulizie tra i post di questo blog, ho trovato un ricordo del 2011 quando, all’indomani dell’anniversario della morte di Steve Jobs, Instagram si ritrovava a festeggiare il suo primo anno di vita. Il dominio era ancora instagr.am e l’applicazione era una esclusiva del mondo Apple (il sistema operativo dell’iPhone doveva ancora essere battezzato in iOS).
E insomma … non posso negare come un po’ di magone mi sia venuto, constatando ormai di essere tra gli anziani del web [*] e di essere stato un testimone di una fase di transizione importante dell’informatica moderna, da un mondo prettamente casalingo, rinchiuso nello spazio della propria cameretta, ad un modo che porta il mondo esterno all’interno della nostra dimensione casalinga, che dobbiamo ora addirittura difendere perché ne venga salvaguardata la privacy.
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[*] Ci sono poi gli antichi del web, quelli che hanno visto i mainframe universitari o aziendali trasformarsi in piccoli dispositivi da poter tenere sulla scrivania.
Sono tempi complicati, convulsi, in cui manca il tempo di respirare, spiegare, capire meglio, approfondire. Vien voglia di litigare, semplificare, gridare, mandare tutto a fanculo.
Maicol & Mirco con questa loro bella illustrazione, invece, hanno saputo esprimere con un semplicissimo tratto il senso di quiete e calma di vedere in alcuni volti il proprio. Il non sentirsi soli nonostante tutto e tutti. Si, ci sono stati errori. Si, siamo umani. Dicono che duemila anni fa un tizio dicesse “ama il prossimo tuo come te stesso”. Forse, di base, ci siamo scordati di questo insegnamento. O forse proprio non l’abbiamo mai fatto veramente nostro.

