Google on the rise

“Google’s business depends on an open web that is searchable and contains as much of the world’s information as possible. The biggest threat to Google is a world in which essential information remains inside the walled gardens of platforms like Facebook, Instagram, and Snapchat, where its crawlers cannot go”.

via Chartbeat Blog

Seguendo uno strano percorso tra link, partendo da alcuni articoli di Gina Trapani su Medium dove si parlava di progetti editoriali e dell’utilizzo di WordPress contro CMS diversi o custom mi sono imbattuto in una serie di ottime letture. La parte citata viene da uno di questi.

L’azienda Chartbeat all’interno delle sue attività di ricerca, svolte sul proprio parco clienti, ha recentemente rilevato come la ricerca su Google, sebbene ancora drogata da espedienti / trovate come AMP in ambito mobile, pare essere tornato decisamente alla ribalta come principale fonte di accesso ai contenuti di Editori e Autori … anzi è in decisa crescita, contro valori tendenzialmente statici di Facebook.

E la cosa è ottima … perché per la natura stessa del business di Google è basata sugli standard – e sull’esistenza – di un Web Aperto, al di fuori dei giardini dorati di social network proprietari (appunto Facebook, Instagram, Snapchat).
E di questo io non potrei essere più felice !

Che, lentamente, il ribelle web si stia risvegliando dal torpore degli ultimi anni?

UTILIZZARE GOOGLE AMP: SI O NO? SCOPRIAMOLO ASSIEME

img_2621AMP (Accelerated Mobile Pages) è un progetto sponsorizzato da Google per accelerare notevolmente le prestazioni di caricamento di una pagina web all’interno di un browser su dispositivo mobile, specialmente dopo aver effettuato una ricerca.

(L’immagine qui a fianco è esemplificativa di come Google stia iniziando a porre in risalto i siti che hanno abilitato questa funzionalità).

Quello che il lettore otterrà è una pagina con i soli testi e immagini (o video), il contenuto essenziale di un articolo, senza portarsi dietro la grafica e gli altri contenuti propri del sito di origine comprese sidebar, icone di condivisione sui social e – sopratutto – i banner pubblicitari.

Per me lettore tutto ciò è senz’altro una bellissima cosa. Per l’editore e l’autore una nuova gatta da pelare nella realizzazione di un sito web e nelle operazioni di marketing ad essa associate. Perché? Ad oggi i problemi di posizionamento o di rendimento economico del sito web che implementa AMP non sono ancora definiti con precisione. Mentre nei mesi si sta vedendo come un articolo AMP venga messo in risalto graficamente, non si è capito l’effettivo peso nelle metriche di ranking utilizzate per fornire il miglior risultato possibile. Ma è sopratutto in termini di uso di banner e contenuti pubblicitari all’interno degli articoli che non vi è chiarezza ne uniformità.

Quindi Google AMP si o no? Come sempre la risposta è DIPENDE.

Il mio consiglio in caso di utilizzo amatoriale di un sito / blog è quello di abilitarlo. Ciò che rende piacevole la navigazione all’utente è sempre ben accetto, indurrà un senso di gratitudine del lettore verso di voi che vi siete presi cura della sua esperienza utente. Se invece stiamo realizzando o lavorando su un sito che deve avere un ritorno economico misurabile e diretto, allora il mio consiglio è quello di studiare un po’ cosa stanno facendo i competitor, guardare gli articoli della ‘stampa specializzata’ cosa dicono, coglierne i trend e quindi prendere una decisione. Del resto il marketing on-line è una cosa fluida in perenne modificazione, quindi sperimentare è del tutto lecito. Quasi dovuto direi!

E tu? Come la pensi? Come hai affrontato la tematica?

E tu, hai detto ciao ad Allo?

Circa un mese fa, Google ha rilasciato sul mercato il suo ennesimo tool di messaggistica istantanea. Dopo Google Talk, Google Hangouts, Google Duo ecco tra noi Allo.Google AlloTutto bello, tutto presentato esattamente nei modi e con le feature che ci si aspetta da un software di questo tipo nel 2016 … con il solito problema ben nascosto: l’assoluta mancanza di privacy degli utenti!

Siamo quindi alle solite …

Allo is currently on par with most chat applications, in that it uses HTTPS to secure transmission between devices. Put simply, it’s mostly safe from hackers, but the data is readily available at Google datacenters and readable by anyone with the clearance to do so. Like Snowden said, it’s essentially a honeypot for three letter government agencies. The information is stored in an identifiable way and just waiting for a subpoena to access it. As Snowden pointed out, it’s not like the subpoenas are difficult to get; the US foreign intelligence surveillance court approved all of nearly 1,500 communication intercept requests made by the NSA and FBI last year.

I nostri dati sono quasi al sicuro dalle intercettazioni, ma completamente alla mercé della capacità di analisi delle Agenzie governative statunitensi e alla curiosità di chiunque abbia modo di accedere a quei file; da li alla diffusione il passo è brevissimo.
Una mossa per proteggersi è quella di abilitare la modalità Incognito prevista dal programma, ma il buon senso consiglia di evitare del tutto applicazioni come queste così irrispettose nei nostri confronti!

[Voglio dire, abbiamo già le braghe calate con Gmail, Whatsapp, Facebook & co … che senso ha aggiungere un tool che fa le stesse cose senza alcun vero e tangibile vantaggio?]

Non è OK, Google!

What he does not say is far more interesting, i.e. that in order to offer its promise of “custom convenience” — with predictions about restaurants you might like to eat at, say, or suggestions for how bad the traffic might be on your commute to work — it is continuously harvesting and data-mining your personal information, preferences, predilections, peccadilloes, prejudices… and so on and on and on.

AI never stops needing data. Not where fickle humans are concerned.

So the actual price for building a “personal Google for everyone, everywhere” would in fact be zero privacy for everyone, everywhere.

Doesn’t sound quite so OK, Google, now does it?
Natasha Lomas

Sono rimasto sbalordito dalla veemenza di questo post su TechCrunch in seguito agli annunci del nuovo hardware da parte di Google ad inizio mese. Non mi aspettavo che un magazine potesse pubblicare un’opinione così netta e radicale.

Google con la presentazione del suo hardware ha fatto sua, in maniera più subdola, una strategia – come per gli AirPod di Apple – che di fatto è un ‘cavallo di Troia’ per far entrare nelle nostre case i sistemi di intelligenza artificiale di questi colossi dell’informatica. Ma mentre a Cupertino per ora vogliono venderti i loro prodotti ed i loro servizi, per Google noi – i nostri dati, la nostra vita – siamo solo esche da usare per accalappiare tutte le società che vogliono venderci qualcosa.

Non dobbiamo farci abbindolare da questi gadget, dobbiamo restare vigili sull’uso della tecnologia e su ciò che comporta la loro adozione. Altrimenti il nostro destino di limoni da spremere è segnato, con tanti saluti alla nostra libertà.

ARA, il telefono modulare è in arrivo

Dopo mesi di accessi, ipotesi, indiscrezioni, annunci, ritrattazioni ecco che il progetto ARA – sponsorizzato dalla tentacolare Google – comincia una fase di forte accelerazione. La parte hardware pare ormai essere stata ‘risolta’ delineando tutte le linee guida necessarie allo sviluppo del progetto, in vista della nascente campagna di acquisizione di talenti nel mondo dei makers (in senso lato), sviluppatori di software, hardware e di business.

Perché le potenzialità di un telefono modulare sono moltissime, come pure le possibili implicazioni della libertà per ogni utente di fare quel che davvero gli serve col suo telefono. Una cosa però frena il mio entusiasmo … quel cinismo derivante dall’età e dalla disillusione derivanti dall’aver visto Google trattare in malo modo il software Open Source che le ha permesso di prosperare nei suoi primi dieci anni di vita.