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La Scuola dell’Infanzia

Oggi, a Dio piacendo, comincia la nostra avventura con la scuola dell’infanzia – statale – qui in città.

Lontani da ogni plesso scolastico dal 5 marzo 2020, mio figlio si è disabituato completamente ad ogni lavoro di concetto, preferendo in tutto e per tutto l’attività motoria.

Tre segnali di incoraggiamento sono però presenti:

  • la voglia estrema di stare con gli altri bambini
  • il fatto che si sia messo a colorare felice stando fianco a fianco con altri bambini in una festa di compleanno
  • il fatto che abbia associato la scuola ad un momento di felice socialità, e che ogni volta in cui gli abbiamo parlato della scuola lui si sia dimostrato interessato e non abbia mai mostrato insofferenza o rifiuto.

Le incognite che dovremo affrontare, come tutti i genitori di minori sanno, sono tantissime. E ancora una volta abbiamo la dimostrazione come le fasce sociali più deboli non abbiano, di fatto, tutele (leggasi spazi, tempi e modi a dimensione della loro età e incosapevolezza).

Io, speriamo che me la cavo!

Ai figli ci sono cose da dire

Ci sono cose da dire ai nostri figli.

Come ad esempio che il fallimento é una grande possibilità. Si ricade e ci si rialza. Da questo s’impara. Non da altro.

Dovremmo dire ai figli maschi che se piangono, non sono femminucce. Alle femmine che possono giocare alla lotta o fare le boccacce senza essere dei maschiacci.

AI nostri figli maschi dovremmo dire che non sono Principi Azzurri e non devono salvare nessuno. Alle femmine che nessuno le salva se non loro stesse.

Dovremmo dire che la noia è tempo buono per sé. Dovremmo dire che si può morire, ma che esiste la magia.

Ai nostri figli dovremmo dire che ci sono giorni sì, e giorni no. E hanno tutti lo stesso valore. Che bisogna saper stare, e basta. E Che il dolore si supera.

Ai nostri figli dovremmo dire che c’è tempo fino a quando non finisce, e ce ne accorgiamo sempre troppo tardi.

Dovremmo dire che non ci sono né vinti né sconfitti, e la vita non è una lotta.

Dovremmo dire che la cattiveria esiste ed è dentro ognuno di noi. Dobbiamo conoscerla per gestirla.

Dovremmo dire ai figli che non sempre un padre e una madre sono un porto sicuro. Alcuni fari non riescono a fare luce.

Dovremmo dire ai nostri figli che possono non avere successo e vivere felici lo stesso. Anzi, forse, lo saranno di più.

Che possono stare male, ma che la sofferenza ci spinge in avanti e che poi passa anche quella.

Bisogna dir loro che se nella vita non si sposeranno o non faranno figli, possono essere felici lo stesso.

Che la povertà esiste e dobbiamo farcene carico.

Che possono essere quello che vogliono. Ma non a tutti i costi.

Che esiste il perdono. E si può cedere ogni tanto, per procedere insieme.

Che senza gli altri non siamo niente. Proprio niente.

Che il mondo ha bisogno del loro impegno per diventare un luogo bello in cui sostare.

Ai figli dovremmo dire che possono andare lontano. Molto lontano. Dove non li vediamo più.

E che noi saremo qui.

Quando vogliono tornare.

Cinzia Pennati

Grazie Carla per la condivisione…