iOS e le notifiche scomparse

È capitato il caso di una persona amica che non riceve più notifiche sull’iPhone. Non disturbare è spento, riceve quelle di Messaggi ma nessun’altra. Scopriamo che è una cosa conosciuta (altri 2808 episodi possono essere trovati sul forum Apple).

Nessuna delle classiche tecniche risolutive sembra funzionare (reset rete, reset impostazioni, riavvio, force reset, reinstallazione iOS e ripristino).

Dopo un po’ di ulteriori indagini la cosa si è risolta con una procedura semi-magico-religiosa.

Eccola:

  • spegnere il telefono
  • rimozione della SIM
  • riavvio del telefono
  • disattivazione iMessage
  • re-inserimento della SIM
  • riavvio del telefono
  • ri-attivazione di iMessage

Tutto è tornato a funzionare.

Empiricamente se ne può dedurre che era il lato telefonia ad avere dei problemi seri. Nel caso specifico la SIM era di TIM che è abbastanza nota per essere invasiva nell’inserire funzioni.

Sei curioso di sapere il perchè?

Le notifiche infatti viaggiano su IP se non c’è supporto dallo strato di telefonia. Altrimenti pare che vengano i canali secondari del protocollo di segnalazione della telefonia per segnalare che c’è una notifica (che poi chiedono via lo strato di IP)… una funzione che BlackBerry usava estesamente, a beneficio del consumo di batteria.

Questo tipo di supporto è il “carrier configuration” che vediamo spesso richiesto quando abilitiamo iMessage sugli iPhone / iPad Cellular. Un esempio dei tempi del GSM era il contatto periodico del telefono con la stazione base per far si che venisse ricordata la sua presenza, con una risposta della stesso in caso di una chiamata o un SMS in arrivo. Parte del payload di una notifica "moderna" pare sia veicolata sugli stessi ‘canali’.

Chi volesse approfondire la questione potrebbe cominciare da questa pagina della knowledge-base di Cisco Understanding IP Telephony Protocols.

Non farti chiamare per nome

Ieri nella sempre interessante newsletter della Mozilla Foundation si parlava di 5 metodi per effettuare una ‘Disintossicazione dei dati’ per i nostri smartphone… che sono si un utilissimo strumento per vivere una vita con le comodità della comtemporaneità (Qual è il numero della pizzeria li a Cisternino in piazza? Oggi sono aperti?), ma che al contempo sono dei buchi neri sempre pronti ad inghiottire ogni briciole di vita che passa sui loro schermi (e non).

Un consiglio tanto banale quando sottovalutato è il nome che il nostro smartphone prende come default all’atto della installazione… per me che scrivo, ad esempio, è molto probabile che l’iPhone si chiami “iPhone di Nicola Losito” ed il mio Mac – il consiglio vale anche per i nostri computer – “MacBook di Nicola Losito”.

Quando siamo connessi ad una rete Wi-Fi (o una LAN ethernet, nel caso del computer) il nostro dispositivo sarà collegato E registrato con tanto di nome e cognome in bella vista.

Sullo smartphone è possibile cambiare questo comportamento in pochissimi passaggi.

Android

Settings > About Phone > Device Name

iOS (iPhone, iPad, …)

Settings > General > About > Name

È tutto!

Fortnite vs Apple

Per rendere più caldo questo Ferragosto, ecco lo scontro tra Epic Games, creatrice di Fortnite e Apple, che quest’anno sta subendo attacchi diretti ed espliciti contro il suo modello di business della vendita di software nei suoi (Mac / iOS) App Store.

Penso ne vedremo delle belle

Gestione delle immagini HEIC importate dall’iPhone

Questo è il classico post nato come promemoria personale. Da quando l’iPhone è diventato – di fatto – la mia unica macchina fotografica mi sono ritrovato ad una gestione confusa dell’archivio fotografico. Confusione dovuta innanzitutto ad Apple e alla sua peculiare scelta di uccidere Aperture e mettere mano a iPhoto trasformando il tutto in un’applicazione ibrida come Foto(.app).

Il mio archivio fotografico consiste in una mega-cartella (salvata su diversi sistemi di storage) avente una gerarchia tipo ANNO_MESE_GIORNO -- nome dell'evento. All’interno di ciascuna cartella conservo foto e video dell’evento.

Questo vuol dire scaricare dalla macchina fotografica / smartphone le fotografie e catalogarle, mantenendo anche il nome originale del file (che è poco significativo). In caso di necessità particolari mi è capitato di rinominare i file, ad esempio unendo le foto dello stesso evento scattate da me e mia moglie e altri amici/parenti presenti all’evento. Ma sono casi abbastanza rari.

Ai fini di una ampia universalità di accesso, conservo tutto in formato JPG/JPEG alla massima qualità. La conservazione di raw, NEF o altro è fatta solo in casi eccezionali.

Dropbox

Un primo approccio utile è quello di usare la funzionalità Camera Upload offerta da Dropbox. In breve si connette lo smartphone o la fotocamera (o la scheda SD tramite lettore) al computer, si da accesso al dispositivo e Dropbox utilizza un suo strumento per scaricare nella cartella Camera Uploads il materiale “nuovo” rilevato. Questo produce dei file JPG rinominati con la data e l’ora dello scatto ad ordinarne la sequenza (ad esempio 2020_01_24--0656.jpg).
In questo caso non ho mai detto a Dropbox di cancellare le foto lette/importate dal dispositivo.

Questo mio approccio ha due controindicazioni: la prima è quella di far ficcanasare Dropbox nei miei file (che vengono caricati sui loro server), la seconda è che mi costringo a passare da un’importazione su Foto.app per un doppio controllo e la cancellazione delle foto dal dispositivo. Ah, e nel caso bisogna avere spazio sufficiente nel proprio piano Dropbox.

Foto.app

Veniamo a Foto.app. Se l’importazione è banale, meno è la migrazione dei file dal suo database al mio sistema di archiviazione flat-file.

Per esportare un evento ho 3 strade. Seleziono tutte le foto e le trascino (banalmente) sul desktop … o meglio in una cartella che rispetta la tassonomia dell’evento come descritto in precedenza (ad esempio 2019_12_25 -- pranzo di Natale). Questo produce nella cartella di destinazione dei file JPG con data di creazione odierna.

Il secondo metodo consiste nell’usare la voce di menù Esporta, qui mi viene chiesto il formato, la qualità, il profilo colore, la dimensione del file (il livello di compressione rispetto allo scatto originale) e se preservare o meno tutti i metadati EXIF della foto. Infine mi viene chiesto il percorso di salvataggio. Anche così ottengo dei file JPG, contenenti le coordinate dello scatto, ma sempre con data di creazione del JPG e non quella dello scatto originale.

La terza opzione è quella che recita “Esporta originale non modificato…”. Questa opzione mi fa scegliere dove e con che nome salvare gli scatti, e se voglio salvare i metadati IPTC in un file separato per ciascuna foto.

Questa opzione mi restituisce in formato HEIC le foto scattate con l’iPhone (formato standard per tutti i dispositivi Apple equipaggiati da iOS 11 in poi). Questa volta viene messo fuori dal database di Foto.app una copia del file originale con data di creazione coincidente con la data dello scatto.

A questo punto mi sono messo in cerca di un metodo che mi permettesse una conversione da HEIC a JPG senza alcuna perdita/modifica dei dati (e metadati, come la data di creazione del file). Avevo tempo fa letto gli articoli dell’amico Gioxx sull’argomento, ma visto il workflow mi è venuto il dubbio che il risultato potesse essere lo stesso del punto due di questo paragrafo.

La faccio breve e la soluzione è stata quella di usare il software (gratuito) iMazing HEIC Converter. Disponibile sia per macOS che Windows si presenta con la classica interfaccia dove fare il drag-and-drop delle immagini che si vuole convertire, specificare quindi il percorso di salvataggio, ed attendere che la conversione avvenga (senza distruzione dell’originale che si potrà cancellare o conservare alla bisogna).

Ovviamente sono aperto ad ogni consiglio e suggerimento che vorrai segnalarmi! In ogni caso ti ringrazio per avemi letto sin qui 😉

Trenitalia e la truffa del call center di supporto al cliente

Lo scorso giovedì 6 dicembre acquisto tramite app iOS Trenitalia un biglietto regionale andata/ritorno per Foggia … per distrazione – se vogliamo, in realtà la causa è una cattiva progettazione grafica dell’applicazione – non mi accorgo che la stazione di arrivo non è quella desiderata ma un’altra.

Non volendo viaggiare a sbafo, o rischiare una multa per un controllo giusto negli ultimi 20km – controlli che al ritorno in 5 anni di viaggio avrò incontrato due o tre volte al massimo – mi preoccupo di chiamare il numero di supporto a pagamento 892021. Numero che in alcune occasioni, con il prefisso 800- è una numerazione gratuita.

Inizio a parlare con il primo operatore, dice che non posso integrare la cifra ma posso solo annullare quella transazione sostituendola con un contestuale nuovo acquisto. Non ho la carta di credito sottomano, e visto che pago chiudo la comunicazione.

Chiamo la seconda volta, rispiego l’accaduto ma al momento di agire l’operatore mi dice qualcosa e cade la linea.

Chiamo una terza volta, rispiego il tutto, l’operatore cincischia e quando ci accingiamo alla procedura cade ancora la linea. Provo a richiamare e il mio credito è insufficiente.

5,56€ + 2,78€ + 7,67€ = 16,01€ buttati nel cesso. Sono molto incazzato. Mi sento completamente truffato ed impotente nel far valere il mio diritto di consumatore.

Vado in stazione centrale a Bari (perdo tempo, soldi del ticket del parcheggio) e l’operatore alla cassa mi guarda stupefatto e mi fa l’integrazione di 1,25€ del biglietto comprato … operazione che il primo operatore mi ha detto essere impossibile. È o non è una truffa? Se lo chiedete a me la risposta è chiara…

Panic ritira Transmit per iOS. Riflettiamo

… il fallimento economico dell’app non è imputabile per intero al modello di ricavi imposto da Apple per le app iOS.

Ma questo non deve servire a nascondere quello che è il nodo centrale del problema, ovvero che un client FTP su un ambiente come iOS è un po’ ridicolo. Non come idea in sé, anzi. L’iPad Pro perde un grosso pezzo del suo arsenale software. Ma un’app che deve maneggiare file, in cartelle, su locale e in remoto, spostandoli, rinominandoli, magari editandoli, non si incastra benissimo negli schemi di interazione che impone iOS, anche nella sua versione on steroids per iPad Pro. È già una mazzata sui … denti quando lo si fa su desktop, e il pregio di Transmit è proprio rendere le operazioni più semplici e veloci, facendo di un’app così noiosa una cosa piacevole da usare, che non urta, che anzi delizia per cura dell’interfaccia, fluidità dell’UX, funzioni. Ma su iOS questo non basta.

Gustomela

Come sempre riflessioni non banali dall’amica @gustomela.
Personalmente per i miei dispositivi iOS non ho mai comprato un’applicazione di produttività personale diversa da un editor fotografico o da qualcosa che faccia da “diario”, proprio per i motivi elencati qui sopra. E per quanto mi dispiaccia per Panic – come sviluppatori – non credo correrò a comprare Transmit, o qualche altra loro app per iOS, sino a quando il paradigma di funzionamento scelto da Apple non si avvicinerà a quello di una gestione consapevole del file system del dispositivo.

Alle software house “nun je regge la pompa”

… e tra un po’ neanche a noi!

Da ventisei giorni è stato rilasciato OS X 10.11 – El Capitan per gli amici – che ha portato un’inaspettata ventata di problemi per chi, come me, è utente dei sistemi operativi Apple. Quella che doveva essere una versione di affinamento del sistema operativo, come anni fa fu il passaggio da Leopard a Snow Leopard (il miglior sistema prodotto da Apple a mio avviso), si è invece rivelato foriero di una novità essenziale: la System Integrity Protection (SIP).

Per chi volesse approfondire l’argomento iniziare dalla recensione di Ars Technica è un primo inizio essenziale.

A mio avviso questo, e le nuove politiche di sicurezza “sotto il cofano” sono alla base dei tanti problemi che gli utenti stanno riscontrando nell’aggiornamento dei loro sistemi. Tra questi uno dei più odiosi il mancato reboot del sistema dopo l’aggiornamento o dopo il primo riavvio.

A questa problematica si aggiunge la schizofrenia di iCloud, sempre più essenziale nel pieno funzionamento di iOS e OS X, ma a distanza di due anni ancora soggetto alla differente implementazione tra i vari sistemi. Se per un motivo qualunque l’utente non abbia (o non possa) aggiornare i suoi sistemi allo “stato dell’arte” imposto da Apple si andrà incontro a problemi di sincronizzazione di dati tra smartphone e computer.

E mentre l’anno scorso potevamo dire ai due sistemi di non passare ad iCloud Drive, quest’anno la cosa non è più possibile. Se si è aggiornato ad iOS 9 (di cui sono stati già rilasciati tre aggiornamenti) si deve usare il nuovo formato dati delle Note che non è supportato da Yosemite (e precedenti) e può provocare un’anomalia in fase di sincronizzazione via iCloud.

Circa un anno fa scrivevo quanto sopra, embrione di un post che voleva evidenziare la distanza tra il ritmo di marcia di Apple nel rilascio dei suoi sistemi operativi e applicativi e quella dei produttori di software indipendenti.

Oggi mi ritrovo a dover interagire con cinque versioni diverse di OS X (Leopard su due PowerPC, Mavericks, Yosemite, El Capitàn e Sierra) e la frammentazione di funzionalità e comportamenti – quasi tutti relativi al mondo ‘cloud’ – appare in tutta la sua evidenza. Specialmente se si sceglie di non rincorrere il software e usare quello che si ha, imparandone meglio le funzionalità, spesso appena usufruite nella loro complessità.

Una vera soluzione a questo modello non ce l’ho … come consumatore cerco di privilegiare l’acquisto (o il download) di software fuori dallo Store di Apple sul computer.

Voglio che ci sia un freno alla deriva fagocitante di Apple.

Vorrei che si rincorresse meno questo modello di connessione always-on nella testa degli sviluppatori californiani (anzi di San Francisco e dintorni) perché nel mondo reale (cioè il 99,99997% del pianeta) quelle connessioni di cui dispongono non ci sono.

Cosa fare se il tuo iPhone non viene riconosciuto da iTunes su Windows 10

iphone 6

Mi è capitata una cosa strana recentemente. L’iPhone 5S di un collega, perfettamente aggiornato e già precedentemente sincronizzato con la postazione desktop equipaggiata con Windows 10, non veniva riconosciuto da iTunes (e da Dropbox) al momento della sua connesione tramite cavo USB / Ligthning. Il telefono andava in carica ma risultava (semi)invisibile al sistema operativo.

Semi-invisibile perché, curiosamente, andando in Gestione Dispositivi vedevo tra i vari device un iPhone a seconda che fosse o meno connesso al computer tramite il cavo. Quello che mancava era il driver Apple Mobile Device nell’albero dei dispositivi USB a disposizione del sistema. E questo driver era quello costantemente menzionato nelle guide risolutive del problema del mancato riconoscimento dell’iPhone sui sistemi Windows.
Mi sono quindi messo a caccia della soluzione che, per me, è stata la seguente:

  • Mi sono assicurato di avere l’ultima versione di iTunes e tutti gli aggiornamenti di sistema di Windows 10.
  • Ho quindi raggiunto la sezione Dispositivi e Stampanti del pannello di controllo;
  • ho fatto click con il tasto destro del mouse sull’icone dell’iPhone (elencato in basso come “altro dispositivo”);
  • ho selezionato Proprietà nel tab Hardware cos’ visualizzato;
  • quindi ho selezionato Cambia Impostazioni;
  • Selezionato il tab relativo ai driver e scelto la voce Aggiorna Driver;
  • qui ho selezionato la voce che mi ha chiesto di cercare il driver già presente nel mio sistema, e quindi la finestra di ricerca del percorso dove fosse disponibile;
  • infine sono andato a selezionare il percorso C:\Program Files\Common Files\Apple\Mobile Device Support;
  • quindi ho proseguito l’installazione andando a reinstallare il driver Apple Mobile Device USB nel mio sistema, corrotto per chissà quale motivo!

Una nota: non selezionate l’omonima cartella presente in C:\Program Files (x86)\Common Files\Apple\Mobile Device Support se il vostro è un sistema a 64bit!

Lavorando con un iPad

Parlare di Windows, dunque, significa confrontare un OS unico con due OS separati, le cui funzioni esso riassume e svolge in maniera non voglio dire egregia ma quanto meno efficiente. Mentre su iOS fare una cosa minimamente più “da desktop” significa ancora fare contorsioni dolorose. C’è chi ama farle, tra automazioni e macro che richiedono ore di pianificazione strategica, ma è lo stesso atteggiamento di chi si fustiga per fede. Che glielo vuoi vietare? Io non ho la loro pazienza. O forse mi manca l’agilità di piegarmi io al non-OS dell’iPad. Non chiedetevi cosa può fare un iPad per voi! Chiedetevi cosa potete fare voi per lui! Io intanto mi chiedo se quel dispositivo stupefacente che sento descritto nello spot serale dell’iPad Pro (“aaah, se il tuo computer fosse un iPad Pro”, più o meno) sia davvero un iPad e non un Surface, che invece in quella descrizione mirabolante più ci potrebbe rientrare.
Gustomela su Medium: Cosa mi piace di Windows 10, e cosa no