Nel marasma di ieri, tra super-celle che devastano Cremona, la penosa conta dei morti e dei danni in Nepal, il caldo asfissiante che ha ghermito tutto il Sud Italia con temperature attorno e sopra i 40°C, e l’ignoranza di persone che non credendo a Scienza e Medicina condannano i loro figli a malattie e conseguenze imprevedibili, direi che è passata un po’ sotto silenzio l’ennesima notizia / chiodo nella bara del sogno di un Europa Unita che mi ha accompagnato dall’adolescenza ad oggi.
Nel referendum per la ripresa della contrattazione con l’Unione Europea, volta al fine dell’integrazione con la stessa – che sarebbe poi stata risottoposta a voto popolare – il 52,8% degli islandesi andati a votare hanno detto di no.
Ancora una volta, come è stato nel Regno Unito, la divisione geografica e mi permetto di dire culturale tra chi vive nel mondo interconnesso e aperto alle influenze esterne ha detto di si, e chi vive nell’isolamento delle zone più rurali ha detto di no… segno di come guardare sempre e solo il proprio orticello fa affrontare le cose del mondo in maniera nettamente diversa e come (sempre a mio avviso) non sia molto diverso dal nascondere la testa sotto terra, come gli struzzi, per non vedere il pericolo.
Durante la mia recente vacanza in Spagna riflettevo della gioia e della libertà di cui ho goduto spostandomi da uno Stato all’altro, dal non dover cambiare moneta, dal vedere riconosciuti i miei documenti, dal non dover cambiare piano tariffario al telefono, dal non dover pagare sovratasse artificiose. Spostarsi tra Italia e Danimarca equivale ad un viaggio tra Bari e Bolzano, ci saranno differenze – e ben vengano! – ma ci saranno anche cose comuni, quelle essenziali, che ci uniranno e ci rendono ‘un popolo’.
Chiuderci nelle nostre ziggurat non ci porterà benessere, né ci porterà lontano come Umanità. I nostri maggiori progressi li abbiamo avuti quando abbiamo superato il bisogno del singolo.